Il presunto anatroccolo

“La vita è una prigione, ma può diventare una casa se hai la chiave. E la chiave è l’amore”. L’ha detto Martin Eden (quello del film di Pietro Marcello ispirato al romanzo di Jack London) e avere la faccia di Luca Marinelli lo ha reso particolarmente convincente. Era una sera di coprifuoco e, mentre le immagini del film scorrevano, riflettevo sulla mia relazione di coppia mettendo a fuoco in colpevole ritardo che il mio ‘partner’ (warning: termine liquido) aveva spudoratamente glissato sulla mia timida proposta di trascorrere insieme le tre settimane dell’ennesimo lockdown annunciato.

 

Eppure potevamo trasformare addirittura due prigioni in una casa! Invece no: aveva ghignato qualcosa, la proposta era morta lì. La frase però aveva trovato eco nel mio bisogno prima che potessi concentrarmi sulla mancanza della famigerata chiave (spoiler: di lì a poco è finita).

 

- Chi ha detto “bisogno”?!

- IO! Io ho proprio detto “bisogno”.

 

Quell’impulso che puoi chiamare Desiderio se è condiviso ma che se è solo tuo diventa subito Aspettativa, l'impronunciabile sostantivo che ti scaraventa in un batter d’occhio nel girone dei non evoluti, quelli che non sanno vivere nel qui e ora perché hanno la presunzione di aspettarsi qualcosa anche da quello che succederà, che ne so, addirittura domani.

 

Rivendico la dignità del bisogno, tipo quando inizi a pensare “come sarebbe bello se” e te ne viene voglia. Ecco, “voglia” è meglio, decisamente più consapevole di “bisogno”, ha pure un che di sensuale.

Avevo, come dicevo, questa voglia di casa affollata per tre settimane.

 

Pure per un interesse antropologico, per capire cosa provassero gli amici che avevano passato gli ultimi due anni in condivisione di metri quadrati con compagni/coniugi/coinquilini, che spesso si sono ritrovati a fare i compiti dei figli per disperazione, e che dicevano di invidiare noi single childfree, come noi abbiamo confessato di invidiare chi aveva compagnia. Ci sarebbe voluto un po’ e un po’ per far contenti tutti. 

Io volevo il mio “po’”. Dopo gli antipasti volevo il piatto forte.

 

È vero: gli antipasti non appesantiscono, favoriscono la conversazione e non devi lavare le pentole. Ma alla fine è il carboidrato quello che ti rimette in pace col mondo.

E quando hai quella Voglia, qual è la specialità?

Il piatto forte

Se fosse davvero l’amore, come dice Martin, significherebbe che chi non trova l’amore rischia di sentirsi sempre all’inferno pure se fa Eden di cognome, e sarebbe ingiusto, perché ormai lo abbiamo capito tutti che non è colpa nostra se non sappiamo far funzionare le relazioni. Lapsus, volevo dire: se le relazioni non funzionano, perché

l’amore è soprattutto questione di fortuna, giusto?

 

Concedetevi otto minuti di sana angoscia e guardate su YouTube l’Ugly Duckling di Disney (1939). Fate attenzione all’espressione trionfante con cui il pennuto viene finalmente al mondo, quella di chi si sente degno di essere amato solo perché è nato, e pure con un certo sforzo.

Pensate che qualcuno (il mio psicologo, al momento non mi viene in mente nessun altro) sostiene addirittura che nasciamo tutti come lui, degni d’amore.

Tutto bello, e supponiamo sia vero, poi che succede?

 

Lo scontro con la realtà.

“Quando l’anatroccolo - scrive Andersen - fu presentato alla comunità dei volatili fu beccato sulla nuca per quanto era considerato brutto”.

“Lascialo stare - disse la madre – non ha fatto niente a nessuno!”.

“Già, ma è troppo grosso e strano!”, rispose l’anatra che lo aveva beccato. Dovrà

prenderne tante!”.

Come non detestare la sprezzante indifferenza degli altri pennuti?

Come non capire quel dolore di non essere riconosciuti anche se siamo anatroccoli simpaticissimi e disponibili?


E infatti per i nove decimi della favola empatizziamo con la sofferenza del poverino, respinto da tutti i contesti sociali - umani e aviari - nei quali cerca affannosamente di integrarsi, compresa la madre che dopo averlo difeso timidamente all’inizio si unisce al coro di chi lo vede diverso e lo emargina. Il presunto anatroccolo dovrà cavarsela da solo, proprio come l’autore della favola, Hans Christian Andersen, che a 14 anni, già orfano del papà, se ne andò da Odense a Copenaghen per allargare i propri orizzonti.

Quando insisti per entrare nel club degli sfigati

Succede quando insistiamo col farci accettare dalla “famiglia” sbagliata, sperimentando una solitudine più dolorosa di quando siamo veramente soli: almeno in quel caso abbiamo il vantaggio che non c’è nessuno a ignorarci o a beccarci.

Proprio a noi! Che eravamo nati degni d'amore! Assurdo.

 

Ovviamente non possiamo sapere in anticipo che quello in cui ci sbattiamo per entrare è il club sbagliato. Ehhh, troppo facile. Ci sono famiglie che affascinano, incuriosiscono, pur di farne parte potremmo anche accettare di non essere fino in fondo noi stessi con le nostre specifiche e sacrosante urgenze e peculiarità.

Il lavoro del piccolo cigno è comunque apprezzabile, perché è vero che insiste a cercare compagnia e finisce col sentirsi rifiutato, ma è altrettanto vero che sa di dover cercare l’emozione che lo vivificherà, e procede per tentativi ed errori.

 

Come spiega Clarissa Pinkola Estés in Donne che corrono coi lupi, libro fondamentale per capire i significati e i simboli nelle storie (e molto altro), “talvolta c’è una sorta di patologia nella sindrome del brutto anatroccolo. Anche quando si è acquisita maggiore esperienza si continua a bussare alle porte sbagliate”. E lo si fa per un motivo: la

ricerca dell’amore.

 

Io sono una ricercatrice che non si dà pace (posso immaginare che tipo di commento volgare avete pensato, cattivoni!). Convinta che ci sia qualcosa di buono in tutti o quasi, bacio principi che, a una più scaltra, apparirebbero subito come rospi. Sono io a compiere la magia della trasformazione, gli risparmio anche il lavoro. Se poi sono allenati, sanno anche quali sono quelle “due cazzate che te devono di’ pe’ fattece casca’”, come disse un tizio a una mia amica quando eravamo ancora minorenni.


Se solo avessimo dato retta a questa perla di saggezza popolare che a distanza di trent’anni ancora citiamo, avremmo potuto evitarci sei lustri di quei comportamenti riparatori e “rinforzi intermittenti” (vedi alla voce “narcisismo”) che di un rospo ti fanno pensare “che cariiiino però!”.

 

“Se una donna fosse capace di fermarsi e guardarsi in fondo al cuore, vi scoprirebbe il bisogno di veder rispettosamente riconosciuti e accettati i suoi talenti, le sue doti, i suoi limiti”, scrive sempre la Estés parlando del povero pennuto.

Non si può obbligare nessuno a riconoscerti, ma si può sempre sperare che qualcuno lo

faccia in autonomia. So di persone a cui è successo così di trovare famiglia.

A famigghia

Sappiamo che il brutto anatroccolo non era brutto e che non era nemmeno un anatroccolo. Il titolo della favola è volutamente fuorviante. Era un cigno, un c-i-g-n-o cavolo, ma per nascita, eh, non (solo) per maturazione personale. Epperò viene covato per sbaglio da un’anatra. Come insegna Lorenz, l’imprinting non sente ragioni: per il piccolo lei è la sua famiglia naturale perché è la prima cosa che ha visto venendo al mondo.

 

“Famiglia” è qualsiasi associazione cui aspiriamo a far parte. Una coppia, una comitiva, un team di lavoro, una band; una qualsiasi corporazione che preveda un minimo di due persone, di cui una siamo noi: gli anatroccoli brutti. Per essere accettati lottiamo contro la nostra natura; per non stare soli firmiamo compromessi che non ci renderanno più felici ma solo meno entusiasti e meno sicuri, convinti di doverci tenere stretto quel poco che abbiamo rimediato, perché potrebbe andare pure peggio.

Il settimo senso

Come capire se si sta forzando il portone della casa sbagliata? Se non è l'amore, cos'è a fare la differenza?

Eccoci Martin, la risposta è in un settimo senso*, si chiama senso di appartenenza, istintivo come il tatto o la vista. Appartenenza cioè riconoscimento, non possesso (sia mai che qualcuno dica possesso, è come bisogno: diagnosi di dipendente affettivo garantita).

È un po’ quello che proviamo all’inizio di una relazione o di un’amicizia speciale, l’affinità elettiva riposante, di quando ci sembra di poter essere capiti senza bisogno di spiegarci troppo. Vitalità, euforia, sensazione di essere coccolati nell’anima... il riconoscimento è più che una chiave: è un passe-partout.

 

“Tutto qui?”, direte voi. Guardate che non è poco per niente, è per questo fraintendimento che ci capita di chiederci se siamo nati per stare in coppia o da soli. Non è la coppia in sé, ma sentire di appartenere a qualcuno a farci sentire vivi. Il sentimento amoroso può farlo ma non è detto ci riesca. L’amore può affievolirsi, l'appartenenza no. Se hai fortuna, le due cose vivono insieme. In caso contrario, o ti accontenti o te ne vai.

 

Allontanarci dalle famiglie che ci richiedono sostanziali cambi di natura è l’unico modo di essere visti per quello che siamo veramente: cigni, anatroccoli o fenicotteri non fa differenza, tanto un anatroccolo non riconosce un cigno e viceversa. Vorrei dire che non c’è un giudizio di valore su chi sia meglio, ma sappiamo benissimo chi è più fico, inutile complicarsi la vita col politicamente corretto.

 

"Tanta felicità non l’avevo mai sognata quando ero un brutto anatroccolo!”, esclama quello che anatroccolo non è stato mai quando viene accolto nella comunità dei cigni e capisce di essere nato per volare e non per starnazzare in uno stagno (ho capito ora che

in Lettera Francesco Guccini parla dell’anatroccolo!).

Sono processi carsici, passi invisibili quelli per la riconquista dell’autostima. Quasi tutti diciamo di avercela bassa, ma nessuno ci crede fino in fondo, perché poi siamo a nostro modo tutti un po' presuntuosi e le due caratteristiche sembrano non poter coesistere.

È invece vero che non ci amiamo abbastanza. Non c’è una prova empirica, traspare in piccoli dettagli, atteggiamenti, richieste, bisogni di conferme alla vanità. Abbiamo un basso “autoamore”, più che una scarsa autostima.

Ritrovarci a non aver più bisogno di queste conferme non succede all’improvviso, come all’anatroccolo che alla fine dell’inverno si specchia nell’acqua e manco si riconosce per quanto è bello. Per noi è una prova quotidiana, un percorso di crescita lento, che ha tra gli obiettivi quello di piacerci talmente tanto da non accettare chi ci rispetta poco, nelle relazioni sentimentali, lavorative o amicali. Ma che dico "non accettare"? Non calcolare.

“Growing up is losing some illusions, in order to acquire others”: diventare grandi significa perdere alcune illusioni per acquistarne altre, scrive Virginia Woolf.

Se non c'è da rinunciare alle illusioni, io ci sto.

*nel conteggio c'è anche il sesto senso.

"La vita è una prigione, ma può diventare una casa se hai la chiave. E la chiave è l’amore".

Martin Eden

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