Lascia dormire il futuro come merita

La bella addormentata

Mentre le altre eroine devono affrontare lupi, sorellastre e lavori forzati, a Rosaspina alias Bella Addormentata toccano solo cent’anni di sonno in crioconservazione.

 

Si risveglia ancora sedicenne ma già psichicamente e fisicamente corredata, pronta a proiettarsi sul principe che la desta con un bacio e al quale fa subito capire che aria tira: “Vi siete fatto aspettare parecchio”, sono le sue prime parole al risveglio, secondo Perrault.

Soave.

Nemmeno un “buongiorno”.

 

D’altra parte lui non se l’è meritato: unico tra i principi azzurri a non aver dovuto affrontare una qualsiasi prova per conquistare il cuore dell’amata, è arrivato fresco fresco al castello proprio quando era trascorso il tempo necessario (la puntualità è una virtù sottovalutata, lo dico sempre).

Scansa due ragnatele, la bacia e il resto è storia.

 

Morale della favola: i cambiamenti arrivano quando è il momento, né prima né dopo. Kafka docet: “Lascia dormire il futuro come merita: se lo svegli prima del tempo, otterrai un presente assonnato”.

 

Se, per dire, un principe fosse riuscito ad attraversare il muro di rovi arrivando prima del previsto, sarebbe stato il solito narcisista perverso oppure lei si sarebbe alzata col piede sbagliato. Insomma, non ci sarebbe stato il lieto fine.

Bisogna avere pazienza.

Destino o maleficio?

Rosaspina è molto amata dai genitori e la sua infanzia trascorre quieta, il che la rende già dall’inizio più fortunata delle sue colleghe. Ma è proprio una svista dei genitori, che al suo battesimo invitano dodici fate su tredici, a segnare il suo destino.

 

Che non ci fossero abbastanza coperti (come spiegano i Grimm) o che tutti credessero morta la tredicesima (Perrault) cambia poco. La vendetta dell’escluso è innescata. La fata bullizzata fa irruzione al party e scaglia una maledizione piuttosto sproporzionata rispetto al torto subìto: prima di compiere 16 anni la principessa morirà punta da un fuso.

 

Anche gli stronzi soffrono se non si sentono socialmente desiderabili, quindi pensateci bene prima di sacrificare parenti lontani al pranzo del matrimonio.

 

A quel punto una delle fate converte il suo regalo in un buono per correggere il tiro del maleficio: il sonno eterno sarà solo una lunga dormita che potrà essere interrotta da un bacio di vero amore.

 

Che a una verrebbe da dire: io non trovo nemmeno un amore fasullo con gli occhi spalancati e uscendo acchittata la sera, e lei trova il vero amore mentre dorme vestita come una del secolo precedente a quello del baciatore? Sì, è proprio così. A volte dormendo si pigliano pesci, a patto che i sogni siano “guidati”. Dice infatti Perrault che “la sua buona fata le aveva regalato dei piacevolissimi sogni”.

 

Evidentemente la fatina aveva letto Freud e sapeva che dormendo siamo in contatto con l’inconscio, e che Lui cerca diligentemente di suggerirci cosa non quadra. Io per dire proprio stanotte ho sognato che vivevo in una casa piena di mostri giocattolo e che cercavo di romperli tirandogli dei libri ma non li colpivo neanche dalla distanza di mezzo metro… Ora sono proprio curiosa di scoprire che razza di principe verrà a svegliarmi.

Ma… bisogna avere pazienza.

Alla faccia del letargo

Con una cura di sonno di quel tipo, Rosaspina si risveglia riposata, in un mondo più moderno e con un fidanzato “abbastanza prudente da non farle osservare che era vestita come la mi’ nonna”, traduce Collodi.

Alla fine, più che un maleficio parrebbe una benedizione: la nostra può affrontare in santa pace il passaggio da adolescente a donna senza sentirsi inadeguata, pronta per fare le sue scelte, avendo chiari i suoi obiettivi.

 

Nell’adolescenza la quiescenza è funzionale a un corretto sviluppo, ma se tanto mi dà tanto il discorso vale anche per gli eterni bambini e per chiunque sia in una fase di trasformazione. In pratica vale per tutti.

Bisogna solo avere pazienza.

La paura di rimanere esclusi

Bettelheim, autore de Il mondo incantato, spiega che la favola della Bella Addormentata “incoraggia il bambino a non aver paura dei pericoli della passività”.

Dice bambino ma vale per chiunque: tutti temiamo che i nostri momenti di down possano durare troppo, a volte ci sembra quasi impossibile svegliarci.

L’esperienza covid in questo senso è stata un banco di prova non da poco. Se c’è una cosa che la pandemia ci ha costretto a esercitare è la pazienza. Intendo la pazienza nei nostri confronti.

Come prendere ispirazione dalla Bella pensando a quei giorni di letargo forzato in cui abbiamo imparato come gestire la “crescita” più come disagio tricologico che come percorso di maturazione personale?

 

Abbiamo una longevità superiore a quella dei nostri antenati ma siamo molto più impazienti di loro di tagliare traguardi, ottenere risultati, provare emozioni, fare ogni esperienza possibile. Rispetto a loro e ai loro profili vagamente lombrosiani siamo decisamente psicotici e in balia dei duecento diversi apparenti obiettivi da raggiungere per riempire spazi e tempi.

 

Come facciamo a rispettare i tempi di una sana passività senza sentirci inadeguati? C’è pure la FOMO (fear of missing out) a incalzarci. Me ne parlò il figlio adolescente di un'amica proprio agli esordi del virus. Per chi non la conoscesse, si tratta di una “nuova” forma di ansia, che in una sigla raccoglie un concetto terrificante: la Treccani la definisce come “paura di rimanere escluso” cioè “la sensazione d’ansia provata da chi teme di essere privato di qualcosa di importante se non manifesta assiduamente la sua presenza tramite i mezzi di comunicazione e di partecipazione sociale elettronici interattivi”.

 

È come dire che tutte quelle libertà conquistate nel tempo sono diventate altrettante opportunità e non se ne vuole sprecare nessuna. Come avere un guardaroba pieno di abiti e perdere tempo a decidere cosa mettere. Com’era la storia di quelli che hanno tutti pezzi uguali nell’armadio per non doversi concentrare sulle cose sbagliate? Ecco.

 

Alla pesantezza della nostra autocritica si aggiunge anche quella di non stare costantemente sfruttando al meglio le centinaia di possibilità che ci vengono date per sfuggire al nostro incontro con lo specchio.

L’ardente pazienza che porta al raggiungimento di una splendida felicità (Neruda, “Lentamente muore”), si sconocchia nel vortice della nostra intolleranza a noi stessi, vittime di una scontentezza inarginabile.

 

Chissà perché quei due mesi di lockdown nel 2020 - per chi non ha avuto a che fare col coronavirus ma solo con la reclusione forzata - si sono rivelati per tanti una tregua dai sensi di colpa e dalla turboproduttività.

 

Chiaramente parlo sempre e solo per me (come si dice in questi casi per non offendere nessuno) ma chi vuole può fare squadra e prendersela comoda ogni tanto.

Male che vada, potete citare Kafka e dire che state dando al futuro il tempo di dormire come merita.

La bella addormentata

"Lascia dormire il futuro come merita: se lo svegli prima del tempo, otterrai un presente assonnato."

F. Kafka

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